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eCommerce: passaggio da Multicanale a Omnicanale

Il multicanale è un modello di vendita al dettaglio nato con la rivoluzione digitale. I rivenditori che adottano la strategia, offrono ai clienti la possibilità di acquistare i loro prodotti, sia tramite canali online che offline.

Pertanto, la strategia multicanale è più flessibile e conveniente per i consumatori acquistare beni o servizi, il che aiuta a incrementare notevolmente la vendita.
Un altro vantaggio di questa strategia è che offre un accesso 24 ore al cliente, che aiuta a fidelizzare la marca. Anche i rivenditori traggono vantaggio dal multicanale migliorando l’analisi per comprendere i comportamenti dei consumatori, poiché la creazione di un’esperienza personalizzata del cliente è un must nell’era digitale.
Tuttavia, numerose domande erano aumentate insieme all’espansione del multicanale, tra cui il modo di portare ai clienti un’esperienza senza soluzione di continuità tra i canali e che potrebbe aiutare a gestire agevolmente il processo interno.
Man mano che i clienti diventavano più esigenti, soddisfare le loro aspettative andava oltre sviluppo infrastrutturale dei rivenditori.

Omnicanale

Creare un’esperienza senza soluzione di continuità su canali diversi, assicurando allo stesso tempo accuratezza ed efficienza, era quasi impossibile.

Ad esempio, i rivenditori hanno difficoltà a gestire gli acquisti da vari canali o hanno faticato con l’evasione degli ordini e la consegna rapida.
Inoltre, il servizio clienti era anche una grande preoccupazione poiché i rivenditori comunicavano con gli acquirenti in più canali e si confondeva con la sincronizzazione dei dati in sistemi separati. Anche i dettaglianti che adottano la multicanalità hanno riscontrato problemi relativi al processo interno. La catena di approvvigionamento deve essere la prima e la più importante questione da menzionare. Più canali coinvolti nel sistema di distribuzione richiedevano più magazzini disponibili con una maggiore accuratezza dell’inventario, mentre multicanale la strategia mancava di visibilità dell’inventario e una gestione efficiente su varie magazzini. Ciò ha causato un divario tra domanda e offerta che era quasi impossibile chiuso senza un sistema di gestione centralizzato. Inoltre, questo modello di business ha anche causato difficoltà nell’analisi della misurazione durante la raccolta dei dati da canali separati, portando a una strategia inefficiente.
Mentre il panorama della vendita al dettaglio continuava a cambiare e il multicanale sembrava raggiungere il suo limite, il mondo del commercio al dettaglio ha spostato in avanti una nuova fase chiamata Omnichannel.
Questo modello di vendita al dettaglio ottimizza più canali di vendita e allo stesso tempo garantisce un elevato livello di integrazione tra di loro.

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Passaggio dal canale singolo al multicanale

Il canale singolo è il modello di vendita tradizionale, e si concentra su un unico canale vendita basata sul sistema di distribuzione unica.

I negozianti costituiscono la forza lavoro del mercato retail, operando in negozi offline o negozi online. Inizialmente, questo modello ha permesso il raggiungimento di diversi risultati perché consente di concentrarsi su un singolo canale minimizzando le spese e stimolando la crescita delle vendite. Inoltre, un negoziante dominante in un mercato “per prodotto o servizio“, grazie alla strategia a canale unico potrebbe rafforzare il dominio mantenendo il controllo.

multicanale
Tuttavia, la vendita su un canale unico ha incontrato molte limitazioni rispetto all’era digitale, e sono quindi nati diversi altri canali di vendita. I clienti si aspettano una
esperienza di acquisto più conveniente, utilizzato più canali, più dispositivi e piattaforme. Di conseguenza, una strategia a canale singolo non è più in grado di attrarre i clienti sempre più esigenti.

I rivenditori a singolo canale hanno dovuto aggiornare i propri modelli di business, per il timore di accumulare ritardo nella corsa alla crescita delle vendite.
Il multicanale è nato come un nuovo approccio di vendita al dettaglio, in grado di approfittare del vantaggio tecnologico per soddisfare i clienti con qualsiasi canale di vendita. I clienti hanno scelto questo modello di business, che ha rapidamente dominato il settore della vendita al dettaglio in continua evoluzione.

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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eCommerce: come si evolve il commercio elettronico per le PMI

eCommerce, o commercio online, è in continua evoluzione e alla continua ricerca di novità in grado di rendere il fatturato più stabile, sicuro e duraturo nel tempo.

A causa dell’avvento dei canali online e della continua digitalizzazione, si sono verificati numerosi cambiamenti nel settore del commercio al dettaglio e dell’ecommerce. In particolare pensiamo al comportamento degli acquirenti, come strategia del rivenditore. I clienti diventano più esigenti, man mano che la loro competenza nel mondo digitale si perfeziona e la tecnologia diventa sempre più affidabile e conosciuta.

Con queste premesse, i rivenditori (merchant) si trovano costretti a correre per innovare e rinnovare la propria strategia. Il settore del commercio elettronico al dettaglio è sempre “attivo” nell’analisi continua dei suoi modelli di business. Nell’evoluzione del commercio online, solitamente il primo passo è quello di creare un canale singolo di vendita, per passare successivamente al multicanale creando diversi eshop e sfruttando le diverse piattaforme di vendita. Ora, l’industria del commercio elettronico al dettaglio è passata alla fase successiva con l’ultimo sviluppo cosiddetto Omni-channel.

Omnichannel
Dalla sua prima introduzione al mondo del marketing nel 2010, l’Omni-channel è stato considerato una soluzione promettente per tutte le sfide e per meglio affrontare i diversi inconvenienti che si possono verificare nel modello multi-channel.

Nato con l’idea di centralità del cliente e in via di sviluppo verso la gestione centralizzata dei dati, Omni-channel ha portato unaa completa rivoluzione nel settore della vendita al dettaglio.

Approfondirò il tema dell’Omni-channel con diversi post nei prossimi giorni.

 

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

 

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Collaborazione: il nuovo vantaggio competitivo

La collaborazione è al centro dell’economia sociale odierna. In passato, potevamo dominare con le risorse e guidando l’efficienza, ma ora l’agilità e l’interoperabilità sono caratteristiche fondamentali. Dobbiamo spostare la nostra attenzione dalle “risorse e capacità” all’empatia, al design e alle organizzazioni in rete.

Nel 1985, il professore Michael Porter della Harvard Business School pubblicò il libro Competitive Advantage, dove spiegava che ottimizzando ogni aspetto della catena del valore, un’azienda poteva costantemente sovra-performare i suoi concorrenti. Il libro è stato un successo immediato e ha reso Porter una superstar manageriale.

Recentemente, il pensiero di Porter è stato messo in discussione da Rita Gunther McGrath nel suo libro The End of Competitive Advantage, dove sosteneva che il vantaggio competitivo sostenibile non è più possibile, e consigliava alle aziende di cercare un vantaggio transitorio.

In verità, l’azienda dei nostri giorni non è correttamente rappresentata da entrambi i punti di vista. Sicuramente aziende come Apple e Amazon sono ancora in grado di dominare nel proprio mercato, ma la fonte di vantaggio è cambiata. Non competiamo più in un’economia delle risorse, ma in un’economia dove le imprese che possono costruire, gestire e ampliare le collaborazioni vincono.

Collaborazione

Passare dall’assertività all’empatia

La vecchia economia era relativamente semplice. Ogni azienda aveva vari centri di costo e flussi di entrate che erano in gran parte separati e distinti. Ottimizzando ciascun driver aziendale, è possibile minimizzare i costi, massimizzare i profitti e aumentare i margini.

Questo processo di ottimizzazione ha avuto un effetto cumulativo. Creando i giusti incentivi, come la remunerazione delle prestazioni, le aziende potrebbero investire nuovamente nel business, incrementando le risorse che porterebbero ad ulteriori vantaggi competitivi. Anche un piccolo vantaggio, migliorato nel tempo, potrebbe essere decisivo.

Ancora oggi, il successo non arriva dalle risorse che controlli, ma dalle risorse che riesci ad acquisire. Utilizzare le piattaforme per accedere agli ecosistemi di tecnologia, talento e informazioni. Il percorso verso il successo non si trova più nella conquista della cima, ma nella direzione giusta verso il centro della rete.

Collaborazione

Ecco perché Geoff Colvin sostiene che gli Umani non sottovalutano il fatto che l’abilità più critica del 21° secolo è l’empatia e richiede un cambiamento nell’enfasi dai “lavoratori della conoscenza” ai “lavoratori delle relazioni”. In un mondo sempre più complesso complessità esponenzialmente crescente, nessuna persona o azienda può fai tutto, quindi quelli che possono funzionare bene con gli altri hanno un netto vantaggio.

Un radicale spostamento verso il design

Un’altra importante trasformazione del 21 ° secolo è stata il passaggio dagli atomi ai bit. Nella vecchia economia industriale, il valore è stato in gran parte creato attraverso massicce spese in conto capitale per impianti e attrezzature. Si è trattato di un enorme ostacolo all’ingresso che ha rafforzato e propagato il vantaggio competitivo attraverso le economie di scala.

Eppure oggi assistiamo a un cambiamento radicale verso il design come motore del valore. Dopotutto, gli algoritmi di Google non costano più per eseguire quelli di qualcun altro e i prodotti Apple non hanno capacità significative a cui mancano prodotti concorrenti. Piuttosto, è il design dei loro prodotti – il loro modo di interfacciarsi con gli utenti e altri prodotti e servizi – che li rende preziosi.

Inoltre, con tecniche di produzione avanzate come la stampa 3D e la robotica, le stesse tendenze stanno iniziando a guidare l’economia anche di prodotti totalmente fisici. Quando la produzione diventa automatica, ogni prodotto è un oggetto informativo con il design al centro. Questo sviluppo è così importante che molti la chiamano una nuova rivoluzione industriale.

Infine, come sottolinea Jon Kolko nella Harvard Business Review, l’enfasi sul design è altrettanto importante nel modo in cui gestiamo le nostre organizzazioni così come nel modo in cui sviluppiamo i prodotti. Ovunque si guardi, il design è diventato un elemento centrale di valore piuttosto che un ripensamento.

Rompere gli standard e mettere in rete l’organizzazione

Viviamo nell’era della connettività, ma la verità è che molti aspetti sono ancora disconnessi. Come spiega Gillian Tett in The Silo Effect, troppo spesso lavoriamo in aree altamente specializzate che non sono in grado di integrarsi l’una con l’altra. Quando si tratta di ambienti estremamente complessi, questi silos creano svantaggi distinti.

Ad esempio, Gillian cita l’incapacità di Sony di integrare le sue divisioni remote. Inoltre, sempre Sony: nonostante i vari sforzi per creare un riproduttore musicale digitale, ha perso il duello con Apple. Sottolinea inoltre che i silos hanno contribuito alla recente crisi finanziaria, poiché importanti rischi sono nascosti in aspetti dell’economia poco note.

Tuttavia, Tett sostiene anche che i silos non sono inevitabili e sottolinea la politica di Facebook di fare in modo che ogni nuovo dipendente passi attraverso un “boot camp” di sei settimane come modo per creare connessioni all’interno dell’organizzazione. Oggi ogni azienda deve pensare seriamente a come mettere in rete la propria organizzazione.

Si noti nuovamente il forte contrasto con la visione di Porter dei componenti della catena del valore. A suo avviso, ottimizzando le parti disparate, rendi il tutto più forte. Ancora oggi, l’agilità supera la strategia e dobbiamo pensare in termini di reti piuttosto che di nodi.

La New Economy è un’economia sociale

Il mondo è diventato più complesso. Lo sviluppo economico, la tecnologia e la globalizzazione hanno contribuito a eliminare le linee dei vecchi confini, a tal punto che abbiamo un disperato bisogno di riesaminare vecchie regole, processi e pratiche. Non possiamo più dare nulla per scontato.

Ciò significa che dobbiamo liberarci dagli approcci riduzionisti del passato. La premessa di base del vantaggio competitivo di Porter – che è possibile incrementare il tutto ottimizzando ognuna delle parti in isolamento – è diventata insostenibile. Piuttosto, abbiamo bisogno di utilizzare piattaforme per accedere agli ecosistemi di tecnologia, talento e informazioni.

Allo stesso tempo, l’intelligenza artificiale sta rapidamente sostituendo il potere cognitivo umano, proprio come le macchine hanno iniziato a sostituire la forza muscolare oltre un secolo fa. Sempre più, ciò che spinge il valore è la capacità di collaborare con uomini e macchine. Ecco dove si trova il vantaggio oggi.

Ecco perché l’economia di oggi è un’economia sociale con la collaborazione al centro. In passato, potevamo dominare accumulando risorse e guidando l’efficienza, ma ora agilità e interoperabilità che guidano la giornata. Dobbiamo spostare la nostra attenzione dalle risorse e capacità all’empatia, al design e alle organizzazioni in rete.

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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Contributi a fondo perduto per sviluppare soluzioni digitali e innovative

Contributi: il Ministero dello Sviluppo Economico ha stanziato 100 milioni di Euro per la digitalizzazione delle Pmi attraverso il Voucher per la digitalizzazione.

Contributi a fondo perduto per sviluppare soluzioni digitali e innovativePrincipali caratteristiche dell’opportunità:

  1. misura agevolativa per le micro, piccole e medie imprese
  2. contributo, tramite concessione di un “voucher”, di importo non superiore a 10 mila euro
  3. nella misura massima del 50% del totale delle spese ammissibili
  4. le domande potranno essere presentate a partire dalle ore 10.00 del 30 gennaio 2018 e fino alle ore 17.00 del 9 febbraio 2018
  5. nel caso in cui l’importo complessivo dei Voucher concedibili sia superiore all’ammontare delle risorse disponibili (100 milioni di euro), il Ministero procede al riparto delle risorse in proporzione al fabbisogno derivante dalla concessione del Voucher da assegnare a ciascuna impresa beneficiaria.
    Tutte le imprese ammissibili alle agevolazioni concorrono al riparto, senza alcuna priorità connessa al momento della presentazione della domanda.

Il voucher è utilizzabile per l’acquisto di software, hardware e/o servizi specialistici che consentano di:

  • migliorare l’efficienza aziendale;
  • sviluppare soluzioni di e-commerce;
  • realizzare interventi di formazione qualificata del personale nel campo ICT.
  • ed altri

Contributi a fondo perduto per sviluppare soluzioni digitali e innovativeGli acquisti devono essere effettuati successivamente alla prenotazione del Voucher.

Il personale di BlogInnovazione è a disposizione per fornire le informazioni tecniche di propria competenza finalizzate alla presentazione della domanda. Mandaci una domanda e noi ti richiameremo che fornirvi tutte le informazioni necessarie. Compila la pagina Contatti al link, e noi ti richiameremo.

Maggiori informazioni sono disponibili sul sito del Ministero per lo sviluppo economico: Voucher per la digitalizzazione

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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Fashion e digital: i brand aumentano gli investimenti nell’online

Social media, e-commerce e online advertising: il rapporto tra fashion e digital è sempre più intenso a discapito dei media tradizionali

Il settore del fashion, quello che secondo il The Wall Street Journal era considerato l’ultimo baluardo della pubblicità su carta stampata, sta progressivamente virando i suoi investimenti nell’advertising online.

Magazine e giornali del mondo della moda stanno difatti cedendo il posto alle campagne che viaggiano sui social media e più in generale sul web.

gucci

Sono le grandi case come Gucci e Louis Vuitton a guidare questa nuova tendenza trainando l’intero settore del fashion, che complessivamente ha incrementato la spesa in online advertising del 63% rispetto al 2013. Nello stesso periodo, gli investimenti sui media cartacei sono diminuiti del 8%.

Il digital è fashion

Pare che il digitale vada proprio di moda tra gli addetti ai lavori. François-Henri Pinault, Amministratore Delegato del gruppo del lusso Kering Co., ha dichiarato: “Se dovessimo lanciare un brand oggi, tutta la comunicazione per iniziare sarebbe online”.

Pinault ha poi confermato il trend affermando che oggi la quota di budget destinato alla comunicazione digitale rappresenta il 40% rispetto al 20% di 18 mesi fa.

Va sottolineato che la relazione tra questi due mondi si è intensificata solo in questi ultimi anni; le aziende del fashion infatti hanno dovuto attendere il momento in cui la qualità dei contenuti digitali diventasse “all’altezza” del posizionamento dei loro brand offline.

Piattaforme web e social media oggi offrono la possibilità di creare grafiche ed inserzioni accattivanti, in grado di soddisfare le aspettative anche di un pubblico esigente come quello dell’alta moda.

Un nuovo approccio al marketing

Ciò che sta accadendo è frutto di un approccio al marketing di tipo olistico dove la multicanalità risulta esserne una componente fondamentale. Gli sviluppi possono essere molteplici: orientandosi verso i canali online rispetto alla stampa tradizionale, le marche del fashion hanno deciso di relazionarsi in maniera sempre più diretta con il proprio pubblico.

Anche teorie e tendenze delle più in voga come quella del marketing olistico vanno ripensate alla luce delle trasformazioni imposte dal digitale, o del bisogno di “essere” parte del processo di decisione e formulazione dei valori aziendali. Chi si chiede se esista ancora una possibilità di scelta tra marketing “tradizionale” e marketing olistico, dovrebbe tenere in considerazione che i confini tra i due approcci sono sempre più sfumati e labili.

Olistico è certamente il pannello di strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare i prodotti o servizi o, più semplicemente, il brand. Gli spazi che abbiamo a disposizione per convertire gli utenti, cioè portarli alla decisione d’acquisto, sono tanti, eterogenei e si diversificano per profilazione.

La fine della carta?

Sebbene il comparto delle riviste abbia incassato il colpo, non si può parlare di morte del formato cartaceo. La stampa continuerà ad essere un elemento chiave del communication mix soprattutto in un settore come quello del fashion, in cui alcuni magazine sono delle vere e proprie istituzioni e restano dei punti di riferimento per l’individuazione di stili e tendenze.

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Apple: Tra 10 anni niente smartphone, ma sarà possibile ?

Nel giro di 10 anni tutte le applicazioni e i servizi utilizzati tramite lo smartphone di Cupertino si sposteranno verso altri dispositivi più comodi, una rete di computer, batterie e sensori da indossare. Governati dall’intelligenza artificiale

È il 2027 e stai camminando per strada, fiducioso che arriverai alla tua destinazione anche se non sai dove sia. Potresti anche non ricordare perché il dispositivo ti sta dicendo di andarci. Una voce nell’orecchio ti fornisce le indicazioni passo dopo passo e, nel frattempo, ti prepara per l’appuntamento. Oh, giusto, dovrai fare un colloquio a un educatore cinofilo per la tua attività di supporto psicologico agli animali domestici. Arrivi al caffè, ti guardi intorno e una donna che non conosci si avvicina. Un display che puoi visualizzare solo tu rileva il suo volto e, proprio come in Terminator, provvede a scrivere accanto in stampatello il suo nome. Successivamente potrai disporre di una trascrizione generata automaticamente di tutto ciò che vi siete detti.

Apple

Nel 2017 l’ iPhone festeggia il decimo anniversario del lancio sul mercato ed è ancora uno dei prodotti di consumo più riusciti della storia. Ma quando celebrerà il ventesimo, il concetto di «telefono» sarà stato completamente sradicato: lo scenario dell’incontro con lo psicologo per cani ti riguarderà anche se non hai un iPhone in tasca.

Certo, Apple potrebbe ancora proporre il lucente mattoncino. (a quel punto gli iPhone forse saranno sottili e pieghevoli, oppure avvolgibili in rotoli come i papiri dell’antichità.) Ma la suite di applicazioni e servizi attualmente incentrata sulla sua versione fisica sarà migrata verso altri dispositivi più comodi e altrettanto performanti: una «rete corporea» di computer, batterie e sensori che risiedono sui nostri polsi, nelle nostre orecchie, sui nostri volti e chissà dove altro. Cercare di prevedere dove arriverà la tecnologia nell’arco di una decina d’anni può essere un’impresa folle, ma quante altre volte così tante tendenze emergenti potevano essere ricondotte a un unico pacchetto?

Apple

Apple sta lavorando per inserire microprocessori sempre più potenti in ognuno dei propri dispositivi.

Siri sta diventando più intelligente. Nel frattempo il big della Silicon Valley sta approfondendo la realtà aumentata, concedendo agli sviluppatori la possibilità di creare applicazioni in cui il nostro mondo fisico sia arricchito dai Pokémon fino a qualsiasi mobile Ikea che vogliamo provare nei nostri salotti. Tutte queste tecnologie, interfacciandosi con le case intelligenti, le auto intelligenti e le città intelligenti, costituiranno non solo un nuovo modo di interagire con i computer, ma un nuovo stile di vita. E, naturalmente, preoccupanti livelli di invasione della privacy.

Le acquisizioni di Apple (stando all’amministratore delegato, Tim Cook, compra una società ogni tre o quattro settimane) dovrebbero essere predittive circa le mosse future. Da quando ha acquistato Siri nel 2010, la Mela ha continuato a assorbire business nel campo dell’intelligenza artificiale: Lattice Data, Turi e Perceptio sono tutte specializzate in una qualche forma di machine learning. Infatti pare che il colosso di Cupertino stia mettendo a punto i propri chip per AI.

L’anteprima di iOS 11, caratterizzato da un’integrazione più profonda di Siri, lascia intendere la speranza di insegnare all’assistente praticamente tutte le attività su iPhone che attualmente eseguiamo mediante l’interfaccia touch. Inoltre, Apple ha concluso molte acquisizioni sul piano della realtà aumentata, la sovrapposizione di interfaccia computer e oggetti tridimensionali nel campo visivo di un essere umano, tra cui Primesense e Metaio. Cook si è detto talmente esaltato per la realtà aumentata da volerlo «gridare».

Entro il 2027 dovrebbe essere risolto il problema degli ingombranti visori per la realtà aumentata, come Microsoft HoloLens, il che significa che Apple e altri player potrebbero rilasciare una sorta di occhiali smart. Avranno la capacità di completare in modo convincente la nostra realtà visiva e uditiva, fornendo informazioni appropriate sul luogo e il momento, e pertanto offriranno un cambiamento culturale di una portata simile all’introduzione dello smartphone stesso.

«Con questo potenziamento la sfera psicologica legata al gesto di usare il telefono potrebbe cambiare drasticamente», afferma Ryan Walsh, partner della società di venture capital Floodgate che dal 2014 al 2016 ha diretto la gestione del prodotto per i media in Apple, «invece di usare il tuo telefono per allontanarti dal mondo, lo userai per unirti al mondo in maniera molto più profonda e più significativa».

Apple

La realtà aumentata e l’intelligenza artificiale beneficeranno anche dell’evoluzione dell’Internet delle cose: i gadget per la vita di tutti i giorni saranno tutti dotati di sensori, attuatori e connessione wireless.

Apple propone HomeKit per il controllo dei prodotti della casa intelligente, che aggrega le informazioni sulla salute di HealthKit e si connette all’auto con CarPlay, alla cassa dei negozi con Apple Pay e perfino a StairMaster con GymKit. Chiaramente intende collegare i dispositivi in catalogo a qualsiasi aspetto della vita.

Tutte le azioni nello spazio esterno e interno che abitiamo saranno mappate, ovvero combinate con il potere predittivo delle intelligenze artificiali e distribuite in una suite di dispositivi per cui Siri sarà diventato l’interfaccia predefinita, e il risultato potrebbe essere una vita diretta dai nostri dispositivi, una sorta di «storia a bivi» per la nostra routine quotidiana.

Apple

In un primo momento sarà una passeggiata. Avendo automaticamente riempito i nostri calendari con la pianificazione già esistente gestita dall’intelligenza artificiale, i nostri dispositivi ci accompagneranno da un’attività all’altra, suggerendo le opzioni per lo spostamento, trasporto pubblico o automobile volante. Ma la relazione cambierà quando l’intelligenza artificiale arriverà a sapere di più su di noi.

«Mentre fai una passeggiata il device potrebbe dirti: Hey, dovresti entrare qui, fanno un caffè fantastico e c’è anche una persona che potrebbe piacerti», ipotizza Jonathan Badeen, co-fondatore e chief strategy officer di Tinder.

Entro il 2027 Apple e i suoi rivali avranno consolidato un mondo basato sul compromesso: se vuoi che la tua vita sia migliorata dall’intelligenza artificiale dovrai sottoporti a una sorveglianza costante da parte dei tuoi dispositivi o, in molti casi, dai colossi tech stessi. Apple scommette che ti fiderai: la policy sulla privacy dell’azienda recita che non guarderà o condividerà i tuoi dati, che saranno crittografati in modo che altri non possano farne uso.

Abituarsi a questo non sarà facile. Proprio come entrare nell’auto o dormire in casa di un estraneo sembrava una follia prima di Uber e Airbnb. Nel 2027 la più importante novità di iPhone potrebbe essere la nostra disponibilità ad accettare cose che oggi non siamo nemmeno in grado di immaginare.

 

tradotto da The Wall Street Journal Europe

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I media il dominio di Google e Facebook e il mercato della pubblicità digitale

Il mondo dell’industria dei Media diventa ogni giorno più piccolo.

Il continuo successo dei titani di Silicon Valley Google e Facebook, che dominano il settore pubblicitario online, ha lasciato agli editori tradizionali sempre meno spazi in cui si trovano a lottare per dividersi gli scarti dei colossi.
Una nuova analisi del gruppo di ricerca Pivotal ha dimostrato che Google e Facebook rappresentano circa il 71% di tutte le vendite di pubblicità digitale negli Stati Uniti nel primo trimestre del 2017 e l’82% della crescita della pubblicità digitale. Si tratta di un aumento costante di anno in anno rispetto al 2016 e al 2015, quando i due giganti tecnologici avevano una quota combinata del 69 per cento e del 64 per cento della pubblicità digitale, rispettivamente, secondo l’analisi

Cosa resta per i media tradizionali ? Non molto, secondo Alan Mutter, analista e professore all’università della California a Berkeley.

Nel 2014, Mutter scrisse sul blog REFLECTIONS OF A NEWSOSAUR un articolo sull’industria americana dei giornali, pubblicando alcune percentuali di variazione del mercato. In particolare una diminuzione del 52% della pubblicità digitale nel corso del decennio precedente. Aveva anche descritto come sempre più persone stanno creando gratuitamente contenuti, mentre i giornalisti vedono sempre più attaccata la loro professionalità e capacità di creare contenuti in modo professionale.

digital ad share

E poiché la pubblicità digitale supera anche gli annunci televisivi, Mutter ha dichiarato che ci sarà sempre meno spazio per un giornalismo di approfondimento e ben documentato, che richiede molto tempo e risorse.

“Le persone fanno un investimento nella produzione di contenuti, con la speranza di ricevere un giusto compenso economico”, ha scritto. “Ma non è quello che sta succedendo, e succederà sempre meno”.

Se aggiungiamo questo problema a quello relativo ai livelli di fiducia nei media, cosa otteniamo ? “Un vero problema profondo per la società”, dice Mutter. “C’è una vera ragione per cui questo sta succedendo, non è solo un tramonto”, ha detto Mutter. “Viviamo oggi in un mondo davvero diverso”.

Che cosa hanno imprese internazionali come Google e Facebook che la stampa tradizionale non ha ? Perchè queste aziende continuano a stupire con il loro spettacolare successo, mentre le grandi marche di una volta arrancano a fatica alle loro spalle ? Le P tradizionali come prezzo, promozione, pubblicità, posizionamento e altre che il marketing usa da tempo non funzionano più. Oggi, all’elenco, c’è da aggiungere un’altra P di importanza eccezionale quella di Purple Cow, la Mucca Viola. Che non è una funzione di marketing cui ricorrere a prodotto finito. La Mucca Viola è qualcosa di fenomenale, inatteso, entusiasmante e assolutamente incredibile che è dentro il prodotto. C’è o non c’è Punto… Seth Godin – La Mucca Viola …

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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Walmart Vs. Amazon: nuova battaglia vecchia strategia

Amazon ha deciso di diventare Walmart, prima che Walmart possa avvicinarsi al diventare Amazon.

Il colosso dell’ecommerce ha deciso di avviare un programma dedicato agli americani più poveri. Così facendo, Amazon dichiara guerra a Walmart, nel segmento di clientela “food stamp”. In questo modo però i clienti con basso reddito potranno acquistare a prezzo dimezzato (5,99 dollari) un abbonamento Prime per ricevere consegne gratuite.

Amazon Vs Walmart

Nuovo capitolo della guerra tra i due colossi, ma vecchia strategia. Una lotta a colpi bassi, entrando nel settore dove Walmart è più forte.

“Nessuno può obiettare il fatto che Wal-Mart sia il dettagliante più grande, più redditizio e più inquietante della Terra. Sapete che cosa c’era scritto su un cartello esposto all’interno degli uffici della sede nel periodo in cui Wal-Mart puntava con ogni mezzo a raggiungere il successo di Amazon.com ? NON SI PUO’ FARE COME AMAZON MA MEGLIO DI AMAZON”  … LA MUCCA VIOLA, Seth Godin …

Il progetto è destinato a tutti gli americani che ricevono dal governo i “food stamp” attraverso il Supplemental Nutrition Assistance Program. Il programma federale tramite il quale circa 45 milioni di americani con reddito molto basso, o nullo si vedono assegnare buoni per l’acquisto di generi alimentari.

Amazon Vs. WalmartUna volta registrata la loro EBT (electronic benefit transfer card), i cittadini con reddito basso o nullo potranno acquistare l’abbonamento a Prime alla metà del prezzo, accedendo a consegne gratuite in due giorni, spazio di archiviazione online e contenuti multimediali offerti da Prime Video. Una mossa che da un lato punta ad aiutare i consumatori in difficoltà e dall’altro consentirà ad Amazon di aumentare (e nemmeno di poco) la sua base d’utenza. Ma non solo, perché in questo modo il colosso di Jeff Bezos punta anche ad intaccare i ricavi del suo rivale “fisico”, il colosso Walmart che proprio sui food stamp ha basato gran parte della sua strategia.

Mentre scrivo, viene pubblicata una nuova notizia: Amazon acquista Whole Foods. Ulteriore escalation nella lunga battaglia con Walmart che a sua volta ha annunciato un accordo di 310 milioni di dollari per acquisire il rivenditore di abbigliamento internet Bonobos.

Brittain Ladd, consulente Walmart per la supply chain, ha dichiarato “Walmart non può assolutamente perdere con Amazon. Se Walmart perde nel settore grocery, non avrà alcuna possibilità di detronizzare Amazon nel settore del commercio elettronico mondiale”.

Amazon Vs. Walmart

Lo scorso anno Walmart ha fatturato 13 miliardi di dollari dalle vendite tramite food stamp: il re del retail americano si basa fortemente sui clienti con reddito basso o nullo, tanto che circa un quinto dei suoi ricavi deriva proprio dal Supplemental Nutrition Assistance Program. Un mercato apparentemente povero, ma in realtà molto interessante. Allo stesso tempo Walmart sta cercando di espandere il suo business anche online, strategia per la quale ha acquisito alcuni portali di ecommerce come Jet.com e Modcloth con la speranza di poter contrastare l’avvento di Amazon. Che però sembra inarrestabile: nonostante i ricavi registrati dal colosso di Bezos siano esattamente la metà di quelli generati da Walmart, in borsa Amazon vale il doppio.

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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L’importanza di essere i primi: Google testa controllo traffico droni

Google vuole controllare il traffico dei droni. Seguiamo la strategia dell’essere i primi e/o essere i più bravi in un nuovo mercato.

Il mercato dei droni fa gola a molti in silicon valley, un po’ meno nel vecchio continente. Google, ancora una volta, vuole essere in prima linea ma non solo, vuole essere anche il migliore player sin dall’inizio. Quindi si è mossa per testare un suo sistema di controllo del traffico aereo dei velivoli, senza pilota, in prove coordinate dalla Nasa e dall’ente americano per l’aviazione civile (Faa).

Google Controllo droni

Prima che migliaia di droni invadano i cieli per le consegne di pacchi c’è infatti bisogno di un sistema che ne controlli il traffico aereo, per assicurarsi che non avvengano collisioni. Il team di Google che lavora ai droni, Project Wing, ha messo a punto un suo sistema o lo ha testato al Virginia Tech dove la Faa ha creato un sito per testare dispositivi e tecnologie.

Nei test, riporta il sito Recode, il team di Google è riuscito a monitorare da un’unica piattaforma i percorsi di volo di più droni contemporaneamente, tre di Project Wing impegnati in consegne e due di altre compagnie che simulavano operazioni di ricerca e salvataggio. Grazie al software i droni riuscivano a controllarsi l’un l’altro senza l’intervento manuale di un operatore per evitare collisioni.

Esperimenti importanti visti gli sforzi non solo di Google ma anche di altre compagnie, Amazon in testa, per riuscire a lanciare servizi commerciali di consegne con i droni.

L’interessamento di Google al mercato dei droni, e di altri player americani, mi fa venire in mente una citazione del Prof. Romano Prodi: “le nuove caravelle della globalizzazione”. L’iNiña, l’ePinta e la Wikimaría. Il problema – dice Prodi – è che le caravelle, cioè le reti, sono tutte “americane o cinesi”

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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