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Fashion e digital: i brand aumentano gli investimenti nell’online

Social media, e-commerce e online advertising: il rapporto tra fashion e digital è sempre più intenso a discapito dei media tradizionali

Il settore del fashion, quello che secondo il The Wall Street Journal era considerato l’ultimo baluardo della pubblicità su carta stampata, sta progressivamente virando i suoi investimenti nell’advertising online.

Magazine e giornali del mondo della moda stanno difatti cedendo il posto alle campagne che viaggiano sui social media e più in generale sul web.

gucci

Sono le grandi case come Gucci e Louis Vuitton a guidare questa nuova tendenza trainando l’intero settore del fashion, che complessivamente ha incrementato la spesa in online advertising del 63% rispetto al 2013. Nello stesso periodo, gli investimenti sui media cartacei sono diminuiti del 8%.

Il digital è fashion

Pare che il digitale vada proprio di moda tra gli addetti ai lavori. François-Henri Pinault, Amministratore Delegato del gruppo del lusso Kering Co., ha dichiarato: “Se dovessimo lanciare un brand oggi, tutta la comunicazione per iniziare sarebbe online”.

Pinault ha poi confermato il trend affermando che oggi la quota di budget destinato alla comunicazione digitale rappresenta il 40% rispetto al 20% di 18 mesi fa.

Va sottolineato che la relazione tra questi due mondi si è intensificata solo in questi ultimi anni; le aziende del fashion infatti hanno dovuto attendere il momento in cui la qualità dei contenuti digitali diventasse “all’altezza” del posizionamento dei loro brand offline.

Piattaforme web e social media oggi offrono la possibilità di creare grafiche ed inserzioni accattivanti, in grado di soddisfare le aspettative anche di un pubblico esigente come quello dell’alta moda.

Un nuovo approccio al marketing

Ciò che sta accadendo è frutto di un approccio al marketing di tipo olistico dove la multicanalità risulta esserne una componente fondamentale. Gli sviluppi possono essere molteplici: orientandosi verso i canali online rispetto alla stampa tradizionale, le marche del fashion hanno deciso di relazionarsi in maniera sempre più diretta con il proprio pubblico.

Anche teorie e tendenze delle più in voga come quella del marketing olistico vanno ripensate alla luce delle trasformazioni imposte dal digitale, o del bisogno di “essere” parte del processo di decisione e formulazione dei valori aziendali. Chi si chiede se esista ancora una possibilità di scelta tra marketing “tradizionale” e marketing olistico, dovrebbe tenere in considerazione che i confini tra i due approcci sono sempre più sfumati e labili.

Olistico è certamente il pannello di strumenti che abbiamo a disposizione per comunicare i prodotti o servizi o, più semplicemente, il brand. Gli spazi che abbiamo a disposizione per convertire gli utenti, cioè portarli alla decisione d’acquisto, sono tanti, eterogenei e si diversificano per profilazione.

La fine della carta?

Sebbene il comparto delle riviste abbia incassato il colpo, non si può parlare di morte del formato cartaceo. La stampa continuerà ad essere un elemento chiave del communication mix soprattutto in un settore come quello del fashion, in cui alcuni magazine sono delle vere e proprie istituzioni e restano dei punti di riferimento per l’individuazione di stili e tendenze.

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Apple 10 anni dopo iPhone, anche la migliore strategia potrebbe non dare i risultati attesi

Dieci anni fa, Apple sembrava avere una strategia imbattibile. Il lancio dell’iPhone ha completamente rivoluzionato il mercato dei telefoni cellulari.

La visione di Steve Jobs è diventata realtà, cioè creare un dispositivo “hub” per consentire alle persone di collegarsi alla tecnologia, strategia perfetta. Per di più, la Apple è riuscita a farlo investendo solo una frazione di quanto i giganti della tecnologia hanno investito in Ricerca & Sviluppo. Eppure oggi,  Apple sembra stagnare. È una società ancora molto redditizia, ma nonostante abbia aumentato il proprio budget di ricerca e sviluppo, non riesce più a presentare prodotti innovativi come 10 anni fa. Oggi, investe oltre 10 miliardi di dollari l’anno su nuove tecnologie, focalizzandosi soprattutto sulle cose che poche persone notano, come chip e sensori.
Design Thinking strategia
Il problema è che mentre Apple aveva la strategia e la cultura perfetta per integrare le tecnologie mature e concepire prodotti innovativi che dominavano il mercato, non era in grado di affrontare altre sfide. La verità è che non esiste un percorso sicuro e infallibile per l’innovazione. Ogni strategia ha il suo momento e il suo contesto.
Una delle strategie di innovazione più conosciute, e più vicina all’approccio di Apple, è il Design Thinking promosso da David Kelley, fondatore della IDEO. Il processo è riassunto in una sequenza di passaggi come: definire, ricercare, ideare, prototipare, scegliere, implementare e imparare. Ciò che rende il Design Thinking così efficace è il focus sulle esigenze dell’utilizzatore finale. Invece di pensare a un insieme di funzionalità, si parte chiedendosi quale sia l’esperienza finale, cosa l’utente si aspetta, e poi si lavora per definire una soluzione. I progettisti sviluppano prodotti attraverso una serie di prototipi migliorando e perfezionando attraverso un processo di test.

Apple ha dimostrato che il Design Thinking può essere estremamente utile quando si lavora con tecnologie mature che sono ben conosciute.

Purtroppo, il Design Thinking non produce risultati ottimali quando la Ricerca si concentra su nuove tecnologie poco conosciute. Trovare una nuova cura per il cancro o sviluppare un nuovo approccio all’intelligenza artificiale, necessitano lo sviluppo di nuove tecnologie. Proprio questo potrebbe essere il motivo per cui Apple sta faticando a trovare prodotti veramente innovativi.
Clayton Christensen, professore di Harward, ha introdotto il concetto di “disruptive innovation” nel suo libro, il dilemma dell’innovatore. Nel suo studio del perché le imprese non riescono, ha scoperto che ciò che normalmente è considerato la migliore pratica – l’ascolto dei clienti, investendo in un miglioramento continuo e concentrandosi sulla linea di fondo – può essere letale in alcune situazioni. In poche parole, quello che ha scoperto è che quando il contesto di mercato cambia, a causa di evoluzioni tecnologiche o di altri cambiamenti, le aziende possono trovare con maggiore semplicità le cose che le persone vogliono. Quando ciò accade, innovare i tuoi prodotti non aiuterà, devi innovare il tuo modello di business.
 Disruptive Innovation strategia
In una qualsiasi conferenza sull’innovazione, ogni esperto difenderà la propria strategia preferita e ognuno avrà storie incredibili da raccontare. Il Design Thinking, la disruptive innovation, Lean Thinking e Open Innovation sono framework di successo perché hanno prodotto risultati reali. Eppure nessun metodo è infallibile. Ciascuno funziona bene con alcune tipologie di problemi, ma non così bene in altri casi. Nel libro Mapping Innovation, si sostiene l’utilizzo della casella degli strumenti per l’innovazione. Il segreto è quello di abbinare il giusto tipo di problema con il giusto tipo di soluzione. Molti “esperti” di innovazione chiamano questa “innovazione incrementale“.
Ogni strategia deve sempre prevedere di abbinare una soluzione specifica a un problema specifico, e non viceversa.
Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager
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Perchè Fire phone di Amazon è stato un fallimento. Arriva Ice

Dopo soli due mesi dal lancio di Fire smartphone da parte di Amazon, il prodotto ha deluso le aspettative.

Gli stessi clienti di Amazon hanno dato allo smartphone una valutazione deludente, pari a 2,6 stelle su 5. Leggendo i feedback, le definizioni più comuni sono state “da dimenticare” e “mediocre”.
Amazon contava di acquisire una fetta significativa dell’enorme mercato mondiale degli Smartphone, dominato da rivali come Apple (AAPL, -0,15%), Google (GOOG, + 0,24%) e Samsung. Inoltre, Fire avrebbe dovuto aiutare le vendite sul negozio online di Amazon, facilitandone la ricerca e l’acquisto di prodotti. L’esperienza per Amazon è stata molto deludente, e non è chiaro se riuscirà a recuperare il suo flop.

Amazon's fire
Amazon’s fire

Le probabilità di successo di Amazon, nel mercato degli smartphone, sono sempre state molto basse. Il prodotto fire phone non ha mostrato elementi di innovazione, sembrava essere un dispositivo adeguato con caratteristiche comparabili agli altri sul mercato in termini di schermo, fotocamera e memoria. Ciò che avrebbe potuto caratterizzare e distingue il prodotto è un effetto tridimensionale per la grafica. Su determinate applicazioni e un’applicazione denominata Firefly che consente agli acquirenti dei negozi di Amazon di individuare facilmente più di 100 milioni di prodotti diversi e di acquistarli online.
Ma in un mercato dominato da dispositivi Apple e Android, distribuire un prodotto “adeguato” non basta. Per distinguersi, uno smartphone come Fire phone avrebbe dovuto avere caratteristiche hardware e software assolutamente innovative.
“Se si fosse presentato con questo telefono molto tempo fa, avrebbero potuto avere molta più attenzione”, dice Frank Gillett, un analista di Forrester.
Robert Brunner, che ha lavorato come direttore di design industriale di Apple dal 1989 al 1997 e successivamente ha collaborato alla progettazione del primo lettore di e-reader Amazon, ha dato una valutazione molto più pessimistica. “Per essere franco, il telefono Amazon ha zero cache”, dice. “Il design stesso è neutro”.

Amazon's fire
Amazon’s fire

Inoltr, fire è stato il più sfacciato tentativo, da parte di qualsiasi creatore di smartphone, per bloccare i propri utenti nel proprio ecosistema di prodotti. Certamente, l’iPhone ha da molto tempo guidato gli utenti verso i servizi di Apple, e gli utenti Android anche per le offerte di Google. Amazon ha fatto un passo avanti aggiungendo un pulsante “Buy” sul lato del telefono Fire. Fai clic su di esso e sei a pochi passi dalla consegna in due giorni.
“Personalmente ho sentito che il pulsante ‘Buy’ era un po ‘forzato”, dice Yves Behar, il pluripremiato designer industriale svizzero, “C’erano modi più eleganti per introdurlo.”
Amazon ha anche sbagliato il canale di vendita. I dispositivi Android e gli iPhone sono sugli scaffali di migliaia di rivenditori fisici e di tutti e quattro i principali carrier americani. Per comprare Fire phone, devi andare su Amazon.com, e su alcuni store come Best Buy.

Amazon ci riprova con gli smartphone.

Dopo il flop del “Fire Phone”, la compagnia di Jeff Bezos potrebbe mettere in commercio un nuovo telefono: “Ice”. Stando alle indiscrezioni riportate dal sito Gadget360 di Ndtv, lo smartphone avrebbe accesso completo ai servizi e alle applicazioni di Google, compreso il negozio di app Play Store.

Amazon's fire
Amazon’s fire

Se il “Fire” era pensato per i mercati occidentali e segnatamente per gli Stati Uniti, la linea di smartphone “Ice” guarderebbe invece ai mercati emergenti come l’India. Stando alle fonti citate, Amazon avrebbe intenzione di portare almeno un modello sugli scaffali indiani entro l’anno.

Uno dei dispositivi avrebbe display compreso tra i 5,2 e i 5,5 pollici, 2GB di Ram e 16GB di memoria, fotocamera da 13 megapixel e lettore per le impronte digitali. Al momento del lancio, il prezzo potrebbe aggirarsi intorno alle 6mila rupie, un’ottantina di euro.

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Focus sull’adattamento ai trend esterni: Valentino e YNAP

Valentino e YNAP insieme per una nuova era del luxury retail.

Valentino e Yoox Net-A-Porter hanno avviato una partnership per creare un nuovo modello di business omni-channel, denominato Next Era e che sarà lanciato all’inizio del 2018, con l’obiettivo di arricchire l’esperienza dei clienti reinventando il rapporto tra i brand del lusso e gli online retailer. Questa notizia rappresenta un bell’esempio di innovazione di valore, due aziende importanti che valutano i trend esterni, che analizzano i settori di mercato e i gruppi strategici, che studiano il comportamento degli acquirenti, e decidono di avviare un progetto comune per ideare un nuovo spazio di mercato.
Focus sull'adattamento ai trend esterni: Valentino e YNAP

Next Era si basa sul flagship store di Valentino e consentirà agli utenti di accedere online a una selezione di prodotti senza precedenti, potendo attingere sia all’inventario delle boutique che dei centri logistici della griffe, oltre a utilizzare il network globale degli otto centri di distribuzione di YNAP nel mondo, da New York e Dubai, fino a Milano e Shanghai. Con questa piattaforma omnicomprensiva, i clienti di Valentino potranno usufruire di una scelta ancora più ampia di prodotti, di funzionalità mobile in negozio e una consegna più rapida tramite un servizio che prevede che gli ordini possano essere completati direttamente dalle boutique del marchio.

Parliamo quindi di prodotti di fascia alta, di ampia scelta, alta disponibilità in prossimità dei potenziali clienti. Se aggiungiamo un rapido servizio di consegna, il gioco è fatto. Il cliente di Dubai può entrare in negozio, provare il capo di abbigliamento o verificare le misure in modo accurato (se non disponibile) e chiedere che gli venga consegnato in un certo orario ad un certo indirizzo.

Focus sull'adattamento ai trend esterni: Valentino e YNAP
Stefano Sassi, Ceo di Valentino, e Federico Marchetti, Ceo di YNAP

In contrapposizione a questa notizia, riportiamo uno studio fatto dalla banca Credit Suisse.

Stati Uniti: un quarto dei centri commerciali potrebbe chiudere entro il 2022

Il settore della distribuzione statunitense conosce da due anni delle forti turbolenze. Le difficoltà del commercio fisico americano potrebbero però aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni. È quanto emerge da una nota di ricerca della banca Credit Suisse, che prevede che un quarto dei centri commerciali statunitensi chiuderà entro cinque anni.

Secondo lo studio, una percentuale compresa fra il 20 e il 25% dei centri commerciali attualmente in attività negli USA non esisterà più nel 2022, il che corrisponde a una forchetta tra le 220 e le 275 chiusure.

Focus sull'adattamento ai trend esterni: Valentino e YNAP

I centri commerciali sono particolarmente colpiti dalla graduale cessazione dell’attività dei loro negozi più trainanti. Il rapporto spiega questo fenomeno con lo sviluppo dell’e-commerce e anche con il fatto che i consumatori si rivolgono sempre di più verso i negozi a prezzi stracciati.

Mentre i marchi si sforzano di individualizzare le esperienze d’acquisto, vedi Valentino con YNAP, il volto del commercio al dettaglio sta cambiando. Le insegne che sono state capaci di cavarsela sono quelle che hanno saputo adottare tecniche diverse per attirare i clienti e che selezionano con cura la posizione dei loro punti vendita, in modo che essa corrisponda al mutare delle preferenze dei consumatori.

Credit Suisse prevede che le vendite di abbigliamento continueranno a spostarsi verso l’e-commerce, verso strutture e organizzazioni che siano in grado di soddisfare esigenze specifiche di servizio. La convinzione è che il mercato sarà sempre più di aziende che saranno in grado di soddisfare le esigenze dell’utenza,

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La reputation online è strategica: Launchmetrics ha acquisito VisualBox

Conoscere in tempo reale il livello di reputation, e avere un feedback sulle campagne pubblicitarie e informative sui social. Questo è un asset strategico per i leader.

Avere un buon strumento di data asset management è fondamentale per chi vuole continuare ad essere leader, migliora le campagne pubblicitarie e ottimizza gli investimenti online. Lo sanno bene le multinazionali, le web agency e le società di web marketing. Negli ultimi giorni la società americana di web marketing Launchmetrics ha acquisito Visual Box, azienda italiana attiva nel monitoraggio e nell’analisi dei media per moda, cosmetica, design e lifestyle. A ciò, come riporta Wwd, si aggiunge il lancio di una nuova piattaforma, chiamata Discover, la cui peculiarità è quella di monitorare, attraverso i social, l’online e la carta stampata l’impatto delle campagne e degli eventi dei brand, così come rilevare degli insights riguardanti le loro performance cross-channel con i media e con gli influencer.

Per Launchmetrics questa acquisizione consente soprattutto di potenziare l’attività di monitoraggio, ma apporta anche alla società con sede a New York una vasta base di dati e di archivi sui contenuti fashion. Paolo Valota, cofondatore di Visual Box, diventerà il Senior Vice President responsabile del monitoraggio di Launchmetrics.

 

Launchmetrics fornisce in particolare l’analisi di dati a marchi come Dior, Vuitton, Burberry, L’Oréal, Gucci, Topshop, Fendi, Net-a-Porter, Shiseido, Jimmy Choo, DKNY o Adidas, vantandosi di collaborare con il 75% dei marchi mondiali del lusso, il 60% delle principali marche di abbigliamento e il 100% dei 15 top brand più esperti in tecnologia, di analizzare 20.000 marchi su 127 mercati e di monitorare costantemente 1,7 milioni di influencer di moda, bellezza e lusso. Visual Box comunica invece di collaborare con Levi’s, Chloé, Dolce&Gabbana, Etro, Camper, Mulberry, Revlon, La Perla e Wolford.

Interazioni che del resto sono proprio l’ingrediente alla base della sfida della nuova offerta “Discover” sviluppata da Launchmetrics: una piattaforma dedicata ai marchi che permette in un unico luogo di raccogliere i dati in merito alla ricaduta determinata da una comunicazione sulle pubblicazioni cartacee, su Internet e sulle reti sociali, in particolare attraverso l’impatto dato dall’intermediazione degli influencer.

La società Launchmetrics è nata all’inizio del 2016 dalla fusione tra la francese Augure, specialista dell’e-reputation e del marketing d’influenza, e l’azienda newyorchese Fashion GPS, pioniera nella creazione di soluzioni digitali per i comparti della moda e del lusso.

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Digital Transformation: Software selection

Il mercato dei software enterprise, qualunque sia l’ambito aziendale da prendere in considerazione, è ricco di soluzioni spesso difficili da confrontare in un quadro completo di funzioni, prezzi, aspettative.

Che si parli di ERP o CRM, o di altri gestionali, il compito del manager ICT o del responsabile dell’approvvigionamento di innovazione può risultare lungo e ricco di dettagli da seguire. Ma niente paura! Con i tempi giusti, e avendo ben presente gli obiettivi di business del proprio contesto aziendale, si può portare a conclusione in modo agevole la software selection.

Digital Transformation
Digital Transformation

Per prima cosa, bisogna tenere a mente che la selezione del software miglioreè essa stessa un processo. Quindi, è composto da fasi strutturali da svolgere in sequenza con l’ausilio di diversi protagonisti. Indicativamente, ne possiamo individuare almeno sei:

  • analisi dell’attuale business aziendale e dei suoi obiettivi,
  • dettaglio delle aspettative riposte nella soluzione da acquisire,
  • pre-selezione ed analisi tecnica dei software sul mercato,
  • analisi dei software dal punto di vista delle risorse umane che lo utilizzeranno e della loro organizzazione,
  • analisi dei servizi attesi delle soluzioni pre-selezionate,
  • svolgimento della trattativa, scelta e acquisto.

La selezione del software migliore, al pari dei processi interni che questo dovrà seguire… è essa stessa un processo

Sei fasi dunque, ognuna dotata di diversi task. In questo post vediamo nel dettaglio la prima: l’analisi del business dell’impresa e dei suoi obiettivi strategici, pre-condizione per ogni processo di software selection (e le soluzioni sul mercato, in questa prima fase, non vengono ancora minimamente prese in considerazione). Non è mai inutile ripeterlo: avere chiaro lo scopo dell’azienda e il relativo mandato della direzione significa capire meglio qual è la soluzione ICT da cercare; e significa anche garantirsi una maggior longevità del software.

Software selection
Software selection

Ecco quindi i task di questa fase preliminare di selezione.

1. Analisi del processo interessato

Può sembrare scontato, non lo è: anche la software selection spesso manca il suo obiettivo per una non approfondita analisi dei processi che deve soddisfare. Ecco allora che la mappatura del diagramma degli stati è un momento fondamentale e coinvolge gli analisti di business dell’impresa.

Non solo: il singolo diagramma si integra con processi interni ulteriori, magari afferenti ad altre funzioni aziendali. “Cosa succede quando questo documento informatico viene dato in output? Attraverso quali passaggi arriva in direzione o in amministrazione?” Sono tutte domande da porsi preventivamente.

2. Elementi chiave del processo

Ogni business ha alcuni momenti chiave, più importanti degli altri: sono i fattori critici di successo. “Il fattore critico di successo (CSF) è un elemento necessario ad un’organizzazione o ad un progetto per realizzare la sua missione” (da Wikipedia).

È chiaro che, se uno o più di questi fattori critici di successo (decisi e definiti dall’azienda) coinvolgono il processo che si vuole automatizzare o modernizzare con la nuova soluzione, la software selection non potrà non tenerne conto. Dando la priorità, per esempio, a quelle soluzioni sul mercato che mettono in risalto i CSF considerati.

3. Aspetti del processo divenuti inadeguati

Nel corso del tempo, alcuni processi possono diventare inadeguati rispetto al loro scopo (a causa di cambiamenti esterni, per l’inserimento di nuovi prodotti o servizi a essi collegati). Per questo motivo una loro fotografia dettagliata, preliminare o meno rispetto alla selezione del software di classe enterprise, potrà mettere in luce alcune lacune: output insoddisfacenti rispetto alle necessità, fasi ancora manuali e non presidiate, integrazioni mancanti… e risultano non conformi alle nuove esigenze generate dal business: quindi pesano sui costi di lavorazione e, di riflesso, sul prodotto/servizio finale offerto al cliente e più in generale sull’efficienza dell’azienda nel suo complesso.

Un buon software, se ben scelto o ben progettato, potrà porre rimedio a queste inadeguatezze. Ma prima, come nelle altre fasi di selezione, bisogna sapere con precisione cosa cercare sul mercato ICT dettagliando i requisiti.

4.    Il workflow

Il workflow (la gestione elettronica dei processi lavorativi) tiene conto delle regole di passaggio di stato tra dipartimenti. L’obiettivo di avere un workflow “robusto” deve diventare sempre di più motore del cambiamento, possibilmente adottando motori di regole.

L’obiettivo di avere un workflow “robusto” deve diventare sempre di più motore del cambiamento, possibilmente adottando motori di regole.

Per questo l’analisi preliminare a una software selection deve considerare quali fasi automatizzate già si integrino bene (lo vedremo in un ulteriore post), con output adeguati agli input per costi e tempi impiegati. Il segreto è nel concetto che la semplicità è un traguardo.

Limitatamente a questo aspetto, il workflow del software da selezionare e acquisire dovrà essere se possibile semplice ma migliore di quello precedente.

5.    Aspettative sul futuro del business e dei processi

Ultima ma non ultima, la visione del futuro del business aziendale: la strategia, quindi il lungo periodo, incide sulla scelta del software di tipo enterprise.

Quali saranno i prodotti e i servizi che la tua impresa dovrà fornire tra uno, due, cinque anni? Quali tipi di lavori e di processi saranno coinvolti in questi programmi, quali funzioni aziendali saranno coinvolte e quali nuove figure entreranno in gioco? E su questi scenari, la soluzione da acquisire giocherà un ruolo? E quale? La scelta progettuale o di prodotto dovrà indirizzarsi verso soluzioni che garantiscano scalabilità applicativa e tecnologica (ma lo vedremo meglio in un post successivo).

Come si può vedere, in tutto questo discorrere la selezione (vera) del software ideale non è stata ancora menzionata: lo sarà a partire dal prossimo post (l’analisi delle aspettative sulla soluzione da acquisire).

Ora, la parola a te: quali fasi dell’analisi del business pre-selezione ritieni particolarmente utili? La tua azienda segue queste tappe, si affida a delle best practices?

 

Autore Paolo Ravalli

CEO Mainline srl

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Chris Anderson: il potere non fermerà mai il digitale

Nel mondo digitale c’è mercato per qualsiasi cosa, non solo per pochi prodotti venduti a molte persone, ma anche per il mercato generato da una moltitudine di prodotti, settori e generi anche molto di nicchia. Chris Anderson ha approfondito il tema del digitale con alcuni libri come Long TailFree, cioè la tendenza di ogni prodotto digitale a diventare gratuito ed aprire a nuovi modelli di business; Makers, la possibilità di produrre e distribuire tecnologie open source con la capacità di diffondere acquistando o imponendo nuovi valori e nuovi significati.

Vi propongo l’intervento di Chris Anderson nel corso dell’evento #EnelFocusOn

e un’intervista di Chris Anderson dove vengono ripresi questi concetti dei suoi libri e ricontestualizzati

 

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Wikitribune, Jimmy Wales lancia l’enciclopedia delle news

Da libera enciclopedia del web a news publisher il passo è breve. Wikipedia lancia il progetto Wikitribune per combattere il dilagare delle fake news

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La guerra alle fake news vede scendere in campo un nuovo e imponente campione per la verità. Dopo Google e Facebook, questa è la volta di Wikipedia, la grande enciclopedia del web che contiene oltre un milione e 300 mila voci di approfondimento, solo in italiano. Il fondatore Jimmy Wales, infatti, ha da poco annunciato il lancio di un nuovo progetto: si chiamerà Wikitribune e vedrà lavorare insieme, fianco a fianco, volontari e professionisti dell’informazione nel tentativo di fare un’informazione quanto più possibile neutrale e di porre un freno, attraverso il fact-checking, al dilagare delle notizie false sul web.

Sorgente: Wikitribune, Jimmy Wales lancia l’enciclopedia delle news

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Fake News: Google cambia il suo algoritmo e dichiara guerra ai legionari dell’imbecillità

Miglioramento dei segnali di posizionamento a discapito della scarsa qualità, trasparenza sul funzionamento, feedback veloci: la nuova ricetta di Google

Si farà finalmente pulizia dei disinformatori di professione. Umberto Eco li definiva “i legionari dell’imbecillità”, i frequentatori di internet che dispensano sciocchezze e ignoranza. Adesso dopo il “bollino” per le notizie verificate e l’intelligenza artificiale che riconosce commenti violenti e offensivi. Google rafforza la sua lotta alle “fake news” e all’odio online dichiarando guerra a tutti i contenuti di bassa qualità, offensivi o fuorvianti.
Google ha annunciato cambiamenti strutturali all’algoritmo che decide cosa mostrare le informazioni: darà un peso maggiore all’autorevolezza delle pagine web e terrà sempre più in considerazione le segnalazioni delle persone.
“I nostri algoritmi aiutano a identificare fonti affidabili tra i miliardi e miliardi di pagine del nostro indice”, spiega Ben Gomes, vicepresidente di Google Search. Per questo la compagnia sottolinea di aver migliorato i metodi di valutazione dell’indicizzazione delle pagine e di aggiornare continuamente i suoi algoritmi.
Si tratta di miglioramenti che mettono al centro l’elemento umano, spiega Gomes. L’intelligenza artificiale, insomma, non è una bacchetta magica.

fake news

Gli utenti potranno segnalare direttamente i contenuti che compaiono nei suggerimenti di ricerca e negli “snippet” indicando se li reputano violenti, offensivi, sessualmente espliciti, inutili, falsi o inaccurati. Questo nuovo tipo di feedback non avrà conseguenze immediate sui contenuti segnalati, ma servirà a Google per dare informazioni sempre più precise agli algoritmi, in modo da mostrare in futuro sempre meno suggerimenti simili.
Altri cambiamenti riguardano il sistema di posizionamento nel motore di ricerca. Questo tiene conto di centinaia di fattori, ad esempio di quanto è recente il contenuto o del numero di volte in cui il termine di ricerca compare nella pagine.
D’ora in poi, spiega Gomes, su questo bilanciamento peserà di più il fattore dell’autorevolezza della pagina web.
Quello delle bufale, ma anche dei contenuti violenti, offensivi e d’odio non è un problema solo del motore di ricerca di Google, ma anche dei social network, Facebook in testa.

Google, arriva l’etichetta fact check per combattere le fake news. L’utente sarà in grado di valutare il contenuto e la veridicità di una notizia.

Un tema discusso in rete, sui giornali e nella vita di tutti i giorni. Come difendersi dalle bufale online. Facebook ha annunciato una campagna per educare gli utenti a riconoscere ed evitare le fake news. Google ha lanciato l’etichetta Fact Check. Il lettore verrà a conoscenza di una modalità operativa, così da potere valutare il contenuto a seconda di un indice di veridicità.

L’etichetta di Google serve a indicare cosa è, o meno, a seconda delle verifiche fatte dall’autore dell’articolo. Insomma, lo strumento non potrà garantire la verità al 100% ma servirà come prova di un procedimento di verifica che quantomeno servirà a farsi un’idea. Un modo per stimolare la capacità critica dell’utente rispetto alla moltitudine di contenuti, a cominciare da quelli passati al vaglio.

fake news

Twitter sta pensando a un servizio per contrastare le fake news

Secondo un’indiscrezione del Washington Post, non confermata ufficialmente dalla compagnia, Twitter starebbe sviluppando una nuova funzione per contrastare le fake news. La rivelazione è arrivata da due fonti interne, che vogliono restare anonime, due persone molto vicine ai progetti del social network. Il sistema permetterebbe a chi usufruisce della piattaforma di segnalare un post come falso, tendenzioso o inaccurato nello stesso modo in cui bolla i tweet “spam, offensivi e dannosi”
Secondo le prime ipotesi la nuova funzione potrebbe essere una piccola tab posta al lato del menu a scomparsa che appare accanto ai tweet. Da lì ogni singolo utente potrebbe lanciare la propria segnalazione e avviare le verifiche sui contenuti.

 

Ercole Palmeri
Temporary Innovation Manager

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Facebook al lavoro su realtà aumentata e virtuale

Non solo software per Facebook ma anche realtà aumentata e tecnologie per la “lettura” del pensiero. Alla conferenza degli sviluppatori Mark Zuckerberg ha presentato la sua visione per il futuro di Facebook: realtà aumentata e virtuale.

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Faremo della fotocamera la prima piattaforma di realtà aumentata, ma per realizzare questo sogno, è fondamentale convincere quanti più sviluppatori possibile a creare software per tale piattaforma. Software inizialmente ludici e poi sempre più utili per le persone.

AR Studio

Pubblicato da Facebook for Developers su Lunedì 17 aprile 2017

Per agevolarne il lavoro Facebook ha lanciato “Camera Effects Platform” che si compone di due prodotti: Frames Studio e AR Studio.
Frames Studio è un editor online che permette di disegnare cornici che possono essere applicate alle foto del profilo o alle immagini della fotocamera.
Con AR Studio, invece, si possono progettare effetti, maschere e animazioni complesse, in grado di adattarsi in tempo reale alle immagini in streaming di Facebook Live.

Per la realtà virtuale Zuckerberg ha presentato Facebook Spaces, un’applicazione per Oculus Rift, che permette di interagire con i propri amici in un ambiente virtuale. In pratica una sorta di Second Life alla Facebook.

Pubblicato da Facebook Tips su Lunedì 17 aprile 2017

Tra le altre tecnologie in fase di sviluppo anche dei droni e perfino sensori di scansione cerebrale. Finora il Building 8 non ha mai rivelato nulla sui suoi prototipi o progetti ma pare che alla prossima conferenza per gli sviluppatori questo team possa ritagliarsi un ruolo di primo piano.

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