Economia dei dati e system integration IT: quale relazione?

Osservazioni

“L’aggettivo data-driven significa che il progresso in un’attività è condotto da dati, invece che dall’intuizione o dall’esperienza personale”: questa è la definizione di Wikipedia a un fenomeno che sta cambiando la modalità con cui prendere decisioni strategiche in azienda.

Eppure, affermano alcuni, già da molto tempo le aziende raccolgono informazioni e deliberano in base a queste. A questa obiezione risponde Walter Vannini su Tech Economy con un esempio:

“Diciamo che a magazzino l’articolo X comincia a scarseggiare. In un’azienda [semplicemente] data-informed l’imminente rottura delle scorte viene segnalata, qualcuno valuta il da farsi, magari in una riunione, e si prende la decisione di riapprovvigionare. In un’azienda data-driven, il livello minimo di scorta è fissato a priori, e nel momento in cui la quantità dell’articolo X raggiunge la soglia, il sistema di gestione invia automaticamente un ordine di riapprovvigionamento a uno o più fornitori, basandosi su tutti i parametri necessari: stagionalità, deperibilità, tempi di consegna, affidabilità dei fornitori, eccetera”.

Un’economia data-driven è quindi predittiva e automatizzata e può usufruire, rispetto al passato, di una mole ben maggiore di informazioni (spesso eterogenee per fonte e per formato): per questo i dati diventano “big data” e la funzione di business intelligence, non certo nuova, incrementa la sua importanza nel ciclo di vita di un’azienda.

Un’ economia data-driven è quindi
predittiva e automatizzata e può
usufruire, rispetto al passato, di una mole ben
maggiore di informazioni

 

Tuttavia, è un’attività più “tradizionale” di system integration IT che permette di creare valore intorno ai dati. E il ruolo della funzione dell’Information Technology (interna o esterna) è anche quello di fornire all’azienda la visione complessiva di questo processo.

Vediamo perché.

1. Quali organizzazioni hanno più bisogno di “dati”?

La risposta a questa domanda preliminare è: potenzialmente tutte. Si possono fare alcuni esempi in merito.

Banche e assicurazioni possono concedere prestiti e fidi in maniera più consapevole grazie a una gestione integrata dei dati che riguardano i clienti. Le utenze migliorano i propri sistemi di controllo remoto e le performance energetiche, grazie ad una maggiore ricchezza informativa. I dati permettono inoltre alle imprese di logistica e trasporti di monitorare lo svolgimento di ogni singolo viaggio di consegna (anche verificando il traffico in corso sulle vie di comunicazione).

Inoltre la visione di un’industria 4.0, ossia la digitalizzazione dei processi interni delle aziende manifatturiere (anche PMI) di cui molto si è parlato in questi mesi, è realizzabile solo se sono i dati a guidare il funzionamento dell’organizzazione. Lo ricorda Digital4: “Sensori di nuova generazione che consentono di misurare, monitorare, identificare e localizzare qualsiasi cosa, unitamente a Intelligent Transport System applicati a ogni mezzo di trasporto, dentro e fuori alle fabbriche, aiutano e sempre più aiuteranno l’Industria 4.0 a ridurre i rischi legati agli errori umani, garantendo massima visibilità rispetto al funzionamento degli impianti, ottimizzando la produzione e la gestione del magazzino a beneficio di tutta la supply chain”.

Per non parlare del governo dei dati nella Pubblica Amministrazione: di data driven decision si è parlato anche a Roma nell’ultima edizione di Forum PA (23-25 maggio 2017). E la visione che deve guidare la PA l’aveva già esplicitata Diego Piacentini, commissario straordinario per l’Agenda Digitale: “Creare le competenze tecnologiche può aiutare chi approva le leggi ad andare più velocemente”. Ma questo è possibile solo se esistono “standard di produzione, analisi e manutenzione dei dati informatici come patrimonio della cosa pubblica”. E non è solo una questione di data governance interna, dato che sta aumentando la richiesta di trasparenza amministrativa da parte dei cittadini: i set di dati aperti della P.A. italiana, raccolti e uniformati, sono disponibili su un sottodominio del sito del governo.

Secondo uno studio recente della Commissione europea (commentato qui dal Sole 24 Ore), il numero dei lavoratori di dati della UE crescerà mediamente del 14,1% l’anno da qui al 2020: nel 2015 erano 6 milioni e già nel 2016 erano saliti a 6.160.000 unità. E il valore complessivo dell’economia dei dati, dai 300 miliardi dell’anno scorso, crescerà ai 739 miliardi del 2020. Come conseguenza, sia nel privato sia nel pubblico stanno nascendo nuove professioni intorno al business dei dati: fra tutte, quella del data scientist, definita dalla Harvard Business Review “il lavoro più sexy del XXI secolo”.

Sia nel privato sia nel pubblico stanno nascendo nuove professioni intorno al business dei dati: fra tutte, quella del data scientist, definita dalla Harvard Business Review “il lavoro più sexy del XXI secolo”
La maggior parte delle organizzazioni, private o pubbliche, possono quindi espandere il giro di affari e aumentare il proprio prestigio pubblico grazie al data management. Ma quale lavoro occorre per trarre valore dalle informazioni? La system integration applicata alle basi di dati.

2. Data integration: perché è utile e con quali mezzi

I dati, in se stessi e senza un processo di rielaborazione, non sono utili alla crescita di un’organizzazione. Anche linguisticamente, c’è una differenza tra “dato” e “informazione”: il dato è un’informazione grezza, che per poter comunicare qualcosa a un utente deve essere elaborata ed eventualmente integrata e confrontata con altri dati.

I dati non aggregati, presenti nei database organizzativi, presentano in genere alcune caratteristiche che non li rende idonei a una lettura. Spesso sono infatti:

ridondanti (perché la medesima informazione grezza è duplicata),
frammentari,
non consistenti (dall’inglese consistence, cioè coerenza: dati diversi ci dicono cose diverse di un medesimo oggetto),
non aggiornati.
In commercio sono presenti numerose piattaforme per agevolare i processi di data integration e di data quality (per ottenere informazioni coerenti e non ridondanti). Alcuni di questi prodotti di integrazione e/o normalizzazione dati appartengono a marchi noti dell’Information Technology. Solo per fare degli esempi: Oracle, JBoss, Pentaho, SAP, SAS, SQL di Microsoft per l’analisi delle attività interne; HubSpot e la suite Adobe per il marketing integrato; Magento e Openbravo per le vendite online. Altri sono rilasciati da società meno note a livello globale ma sono ugualmente validi. Per quanto riguarda data quality e data governance citiamo il sistema Qiss, prodotto che si è affermato sul mercato italiano. La visione che guida il loro utilizzo è comunque sempre quella di strutturare un unico flusso informativo in relazione al ciclo di gestione che ci interessa (quello della customer care, di fornitura e vendita, del personale, eccetera).

Ma le piattaforme di integrazione da sole non bastano.

Esse infatti non sostituiscono il lavoro di un system integrator. Questo perché, in primo luogo, la gestione e configurazione di questi prodotti richiede un reparto IT che abbia già svolto il compito in altre situazioni. E in secondo luogo è possibile estendere le funzionalità delle piattaforme in modo da adeguare lo strumento al modello di business particolare del cliente. Ciò può essere fatto da un system integrator esperto.

E’ possibile estendere le funzionalità delle piattaforme in modo da adeguare lo strumento al modello di business particolare del cliente. Ciò può essere fatto da un system integrator esperto.
Da un punto di vista tecnico, in questo lavoro di data integration esistono una serie di approcci: il tradizionale processo ETL (“Extract, Transform, Load”), con cui si estraggono i dati dalla sorgente iniziale e si trasformano nel formato desiderato, per poi memorizzarli nel database; oppure la più funzionale creazione di schemi intermedi, che permette di trasformare non i dati originali quanto piuttosto le query con cui essi vengono cercati; o ancora l’integrazione semantica, che punta a risolvere i conflitti di semantica tra i database originari senza dover costruire nuove architetture IT; oppure gli approcci detti di data lake, che associano ad ogni elemento del “lago” un identificatore e dei metadati, come spiega Tech Target.

Per questi due motivi, occorre l’opera di un system integrator IT per offrire al cliente i benefici di avere dati integrati: un flusso unificato di informazioni; la possibilità, da parte dei vari responsabili di area, di decidere in base a fatti condivisi; meno errori di gestione (soprattutto se si decide di affiancare la data integration alla gestione dematerializzata dei documenti); dati coerenti, aggiornati e non ridondanti, con minori costi di amministrazione dei database.

È un lavoro caratterizzato da un buon livello di “artigianalità” e difficilmente replicabile: ogni caso è diverso e specifico.

3. A quali aree aziendali interessa la data integration?

Anche in questo caso la risposta è: potenzialmente a tutte.

Spesso è il responsabile Finance, con tutte le diramazioni dei suoi uffici di competenza, ad avanzare la richiesta di un’integrazione dei flussi informativi. Lo ricorda il Sole 24 Ore: “Chi ha in mano le redini finanziarie dell’organizzazione deve (…) poter disporre, e trarre vantaggio, dalla mole crescente di informazioni in modo sinergico con le altre funzioni di business, dalla supply chain all’automazione fino alla logistica”. Un approccio di questo tipo è vincente soprattutto quando vengono digitalizzati cicli produttivi trasversali a molti processi. Un esempio su tutti, riguardante invece l’ambito dell’Amministrazione aziendale: il ciclo attivo. Il beneficio maggiore dell’operazione è la capacità di prendere decisioni più corrette e in tempi più rapidi.

Il beneficio maggiore dell’operazione è la
capacità di prendere decisioni più corrette e in
tempi più rapidi.

Quando si parla di integrazione di dati non si può non pensare alle aree che si interfacciano con clienti e lead: Commerciale, Marketing e Vendite. Idealmente, queste funzioni aziendali devono poter conoscere i comportamenti di consumo di ogni singolo interlocutore e le loro anagrafiche aggiornate, complete e popolate di dati aggiuntivi utili al business. Con le piattaforme di marketing (e col lavoro di un system integrator) è possibile integrare tutte le fonti che l’organizzazione considera rilevanti per conoscere meglio i propri interlocutori: ERP, social network, analitici del sito web, form per chiedere informazioni… E così diventa più semplice anche mappare i tipici percorsi di acquisto dei clienti (buyer’s journey), e distribuire in ogni fase il materiale informativo o promozionale più adeguato.

Ma non solo: anche il dipartimento delle Risorse umane può trarre vantaggio da una maggiore integrazione delle informazioni: lo ammette ad esempio il CEO di Fosway Group (compagnia di ricerca e consulenza sulle HR): “Nel vasto panorama delle HR, i dipartimenti legati alle Risorse Umane si trovano a gestire differenti tipologie di dato, che provengono oltretutto da sistemi HR di natura estremamente varia. Spesso, tali dati risultano frammentati: solo integrandoli fra loro i responsabili HR possono utilizzarli in modo proficuo per l’intera organizzazione”. Questo perché anche la ricerca dei talenti pone dei problemi di gestione integrata delle informazioni: “Acquisire e trattenere i talenti è un’area di interesse principale per molte organizzazioni. Per identificare, trattenere e sviluppare i talenti è necessaria una visione più olistica del personale, di cosa fa e del perché lavora per la vostra azienda”.

4. E il (nuovo) ruolo del reparto IT?

Abbiamo visto che la funzione Information Technology ha il compito di integrare le banche dati eterogenee (non essendo sufficienti le piattaforme da sole).

Ma cessa qui il suo compito?

Si è tradizionalmente propensi a pensare all’IT, e al Chief Information Officer nello specifico, come dei semplici “fornitori di tecnologia”. Ma un report del 2014 firmato Vanson Bourne (qui il commento di Digital4) metteva in guardia da questa interpretazione: già in quella data l’IT rappresentava, secondo metà delle aziende intervistate, un broker di servizi e consulente per le linee funzionali. Anche, ma non solo, un semplice fornitore di servizi IT.

Più nello specifico, quale sarà allora il nuovo ruolo dell’IT in relazione ai dati? Anche in questo caso, un compito più consulenziale completerà e arricchirà il profilo di fornitore di servizi IT (quali la system integration).

Quale sarà allora il nuovo ruolo dell’IT in
relazione ai dati? Un compito più
consulenziale completerà e arricchirà il
profilo di fornitore di servizi IT (quali la
system integration).

Infatti, scrive ancora Walter Vannini:

“Solo il CIO ha la visione complessiva dei processi aziendali (…), perché nel bene e nel male l’IT è lo snodo principale dei dati aziendali. Per questo sarebbe ora che i CIO (…) cominciassero a pensare e a comportarsi come i Chief Data Officer che devono diventare: qualcuno che capisce, promuove, estrae e tutela il valore di business dei dati. E che, come risultato, può suggerire come e dove mettere a frutto i dati per fare fronte ai bisogni dell’azienda”.

 

 

Autore Paolo Ravalli

CEO Mainline srl

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